Biodiversità in bilancio: quanto vale salvare una varietà antica

06 Marzo 2026

Nel dibattito pubblico la biodiversità agricola viene spesso raccontata come una scelta etica, culturale o identitaria, che lega le persone ai territori, consentendo di scoprire e di porsi come anello di congiunzione tra il passato, il presente e il futuro del proprio luogo natio o di quello in cui si è scelto di vivere. 

Per molte aziende del Sud Italia, però, è qualcosa di più. Di fatti la biodiversità agricola può diventare una vera e propria variabile economica, in grado di incidere positivamente sui margini di guadagno, sul posizionamento stesso delle imprese, rendendole sempre di più veri e propri presidi di ricchezza del territorio. 

Mettere in salvo una varietà antica significa custodire un patrimonio genetico, entrando in un segmento di mercato preciso, presidiando una nicchia e costruire una narrazione coerente tra prodotto, territorio, persone e imprese 

La domanda quindi è, quanto vale in bilancio? 

Il ritorno del locale: dalle lenticchie di Altamura ai ceci di Ostuni

Nel Mezzogiorno esistono varietà agricole che per anni sono rimaste nell’oblio della produzione standardizzata su larga scala. Oggi, invece, tornando nei campi molte persone e molti imprenditori hanno imparato a rivalutare la biodiversità con un significato diverso. 

Ad esempio, le lenticchie coltivate nell’area di Altamura, così come i ceci bianchi di Ostuni, rappresentano oggi degli esempi validi di come una risorsa genetica locale si possa trasformare in una leva economica. Infatti si tratta di produzioni, in filiera corta e tracciatile, con un’identità agronomica specifica che dà loro una forte riconoscibilità territoriale e le lega direttamente alla manualità dell’agricoltura.

Secondo Slow Food Italia (https://www.slowfood.it/fedex/), la valorizzazione delle varietà locali grazie a presìdi e progetti di tutela ha mostrato come il consumatore contemporaneo sia portato ad associare spontaneamente biodiversità e qualità, autenticità e sostenibilità, riconoscendo il valore intrinseco del prodotto. 

Questo mostra palesemente come la differenza nel mercato attuale sia proprio semantica e strategica. 

Il premium non è un’eccezione: la biodiversità come leva di prezzo

Da un punto di vista puramente economico, il primo effetto misurabile è il “premium Price”, perché le varietà costano di più non competendo sul volume, bensì sul valore. 

Rapporti di ISMEA evidenziano come i prodotti legati alla qualità certificata, a un’origine territoriale particolare e con caratteristiche che riportano a filiere sostenibili, mostrino anche dinamiche di prezzo più favorevoli rispetto ai classici prodotti commerciali, soprattutto in canali preferenziali come la ristorazione di alta qualità o i comparti biologici. 

Ma questi sono punti nettamente a favore perché in questo modo i prodotti possono ambire ad entrare in circuiti commerciali e nicchie di mercato meno esposte alla vulnerabilità e alla volatilità. Differenziarsi, pertanto, può diventare anche una forma di vera e propria tutela economica.

Marchi collettivi e organizzazione di filiera 

Uno dei punti forti della biodiversità è la “relazione”: una varietà antica coltivata da un singolo produttore è un valore potenziale che si trasforma in valore strutturato quando è in grado di inserirsi in marchi collettivi, reti di produttori, cooperative territoriali, disciplinari condivisi. 

Ad esempio, nel rapporto del PSP 2023-2027 per la conservazione e valorizzazione dell’agrobiodiversità sottolinea come i progetti di valorizzazione delle risorse genetiche locali, sostenuti anche da programmi di sviluppo rurale, possano generare impatti economici significativi, proprio se accompagnati da organizzazione, governance e strumenti di mercato mirati. In sostanza, lì dove c’è un sistema a tutela, la biodiversità diventa filiera e se diventa filiera diventa stabile e forte. 

Resilienza agronomica e riduzione del rischio

C’è inoltre un altro elemento che non si deve assolutamente sottovalutare, ovvero la capacità di essere resilienti. Molte varietà tradizionali sono il risultato di adattamenti sedimentati nel tempo, perché si sono “auto-selezionate” anche in condizioni specifiche condizioni climatiche, spesso generando un’ottima risposta a condizioni di stress idrici o a determinate fitopatie. 

Giovanni Giuseppe Vendramin – Consiglio Nazionale delle Ricerche, sottolinea come rappresenti una risorsa fondamentale per affrontare cambiamenti climatici e eventuali pressioni ambientali (https://youtu.be/6QNRfKTuHJ4) Per un’impresa agricola al Sud, questo può tradursi in minore dipendenza da input esterni e maggiore adattabilità nel tempo, con conseguente riduzione del rischio produttivo nel medio periodo. 

In quest’ottica la biodiversità non è solo una questione commerciale, ma si pone proprio come una possibilità di gestire intelligentemente i rischi. 

Turismo rurale, storytelling e valore nell’esperienza 

Nell’agricoltura del Sud Italia, la biodiversità dialoga sempre più con un turismo di tipo rurale e con l’economia dell’esperienza. Una varietà antica, così, non si pone solo come un prodotto da vendere, ma come una storia da raccontare. 

Agriturismi, masserie, aziende multifunzionali, percorsi enogastronomici e vendita diretta trovano nella biodiversità un elemento narrativo potente capace di rafforzare la reputazione aziendale, il suo valore e ovviamente la fidelizzazione stessa del cliente. 

La biodiversità diventa, così, un asset identitario. 

Biodiversità in bilancio

Quindi, quanto vale salvaguardare e salvare una varietà antica? Vale! In termini di differenziazione strategica, accesso a nicchie di mercato premium, perseguendo una resilienza agronomica e un rafforzamento di identità territoriale, con eventuale accesso a misure economiche dedicate. 

Nel Sud Italia, dove il legame tra prodotto e territorio è spesso la prima forma di reputazione, coltivare una varietà antica potrebbe rappresentare una delle decisioni più avanguardiste che un’azienda possa prendere. 

 

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