Fertilizzanti. Dopo la chiusura di Hormuz, l’urea è aumentata dell’80%

08 Maggio 2026

Lo stretto che spaventa i campi: crisi di Hormuz, fertilizzanti e il futuro dell’agricoltura italiana

Dall’India all’Australia, dagli Stati Uniti al Marocco: il blocco dello stretto di Hormuz sta riscrivendo le regole della sicurezza alimentare globale. E gli agricoltori italiani — specialmente quelli cerealicoli — sono chiamati a fare i conti con una tempesta perfetta.

Il collo di bottiglia del mondo

C’è uno stretto di mare, largo in alcuni punti appena 33 chilometri, da cui dipende una quota significativa della produzione alimentare mondiale. Si chiama Hormuz, separa l’Iran dall’Oman, e attraverso di esso transita circa un terzo della produzione globale di fertilizzanti.

Quando le tensioni geopolitiche si traducono in blocchi o rallentamenti lungo questo corridoio strategico, le conseguenze non si misurano soltanto in termini di prezzo del petrolio: si misurano in terzi di colture che non crescono, in scaffali che si svuotano, in famiglie che non mangiano.

L’Onu ha già calcolato che, se il blocco si protraesse per tutto il primo semestre del 2026, sarebbero 45 milioni in più le persone destinate a soffrire la fame — due terzi delle quali in Africa — portando a 363 milioni il totale delle persone in grave insicurezza alimentare nel corso dell’anno.

Urea: un fertilizzante, mille dipendenze

Al centro di tutto c’è l’urea. Prodotta in larga parte nel Medio Oriente a partire dal gas naturale, è il fertilizzante azotato più diffuso al mondo: pur rappresentando il 16% del totale dei fertilizzanti impiegati in Italia, apporta il 44% dell’azoto alle colture cerealicole. I Paesi del Golfo controllano il 35% del commercio globale di questo prodotto.

Ad aprile 2026, il prezzo dell’urea ha registrato un balzo dell’80% rispetto allo stesso mese del 2024. Un’impennata che non resterà confinata nei magazzini delle cooperative: con ogni probabilità si riverserà sul prezzo finale di pasta, pane e riso.

I più esposti sono i Paesi che dipendono strutturalmente dalle forniture del Golfo: l’India importa l’80% della propria ammoniaca e il 40% dell’urea dai Paesi del Golfo, e a soli due mesi dall’inizio della semina del riso il panico si sta diffondendo tra i contadini del Punjab. Ma anche in Australia i prezzi dell’urea proveniente dal Golfo sono aumentati di oltre il 50% nelle ultime settimane. In Europa, uno stabilimento di fertilizzanti in Slovacchia ha già fermato la produzione per carenza di materia prima.

L’Italia nel mezzo: tra crisi globale e norme nazionali

Se lo scenario internazionale è già di per sé preoccupante, l’Italia si trova ad affrontare una variabile aggiuntiva: entro il 1° gennaio 2028, il DDL “Coltiva Italia” prevede il divieto di utilizzo dell’urea nel bacino padano, in attuazione della Direttiva UE sulla Qualità dell’Aria del 2024.

Un provvedimento che, in teoria, risponde a obiettivi ambientali legittimi. In pratica, però, il settore chiede che la transizione avvenga con strumenti adeguati, non con divieti generalizzati.

Assofertilizzanti ha commissionato a Nomisma uno studio di impatto economico, i cui risultati sono stati presentati a Roma nei giorni scorsi. I dati parlano chiaro: uno scenario privo di urea comporterebbe non solo un calo delle rese nelle colture cerealicole, ma anche una contrazione del valore complessivo del comparto fino al 45%.

«La strada da percorrere non è quella dei divieti indiscriminati, ma quella di scelte basate su dati scientifici, innovazione e conoscenza agronomica», ha dichiarato Paolo Girelli, Presidente di Assofertilizzanti-Federchimica. «Come industria abbiamo investito oltre 100 milioni di euro per mettere a punto innovazioni in grado di ridurre l’impatto ambientale dell’urea garantendo produttività e sicurezza alimentare al Paese. Ora bisogna poterle utilizzare.»

La soluzione esiste: si chiama innovazione

La buona notizia è che le soluzioni tecnologiche esistono già. Lo stesso studio di Nomisma le analizza in dettaglio: urea inibita, urea ricoperta, interramento del fertilizzante. Tecniche che consentono di abbattere le emissioni preservando l’efficacia agronomica, con un impatto sui costi contenuto, pari mediamente al +7% rispetto alla gestione tradizionale.

«Le evidenze emerse dalla ricerca confermano l’esigenza che l’evoluzione del quadro regolatorio in materia di fertilizzazione azotata sia sostenuta da solide valutazioni di carattere tecnico-economico», ha sottolineato Paolo De Castro, Presidente di Nomisma. «Solo un approccio basato su analisi integrate e su un’accurata calibrazione delle misure alternative e di mitigazione consente di perseguire gli obiettivi ambientali, salvaguardando al contempo la produttività agricola, la sostenibilità economica delle imprese e l’equilibrio delle filiere cerealicole.»

Vale la pena ricordare, poi, che l’Italia parte già da una posizione favorevole: il nostro Paese si caratterizza per un uso dell’azoto inferiore alla media dei principali Paesi europei, a conferma di un percorso di razionalizzazione dei mezzi tecnici avviato da tempo.

Cosa significa tutto questo per chi fa agricoltura al Sud

Per un giovane imprenditore agricolo del Mezzogiorno, magari impegnato nella cerealicoltura pugliese o nella produzione di grano duro destinato alla pasta di qualità, la crisi di Hormuz non è un evento astratto. È un costo in più che arriva in un momento già difficile, una variabile geopolitica che nessuna analisi di bilancio aziendale aveva previsto.

Il messaggio che emerge da questa vicenda è, però, anche un altro: l’agricoltura del futuro non può permettersi di dipendere da catene di approvvigionamento fragili e da materie prime concentrate in pochi Paesi del mondo. L’innovazione agronomica — dall’agricoltura di precisione ai fertilizzanti di nuova generazione — non è solo una risposta ambientale. È una risposta strategica, economica, e in ultima analisi, di sovranità alimentare.

Chi oggi investe in pratiche agronomiche avanzate e in tecnologie per ottimizzare l’uso dei fertilizzanti non sta solo riducendo il proprio impatto ambientale: sta costruendo una resilienza che, nei momenti di crisi come questo, vale più di qualsiasi copertura assicurativa.

Iscriviti alla nostra Newsletter

Redazione
La redazione de Lo Scirocco pubblica comunicati stampa e notizie provenienti da fonti certe o istituzionali.

Leggi anche