A Bitonto sono a rischio 50mila ulivi per far posto all’agrivoltaico

13 Febbraio 2026

Nel territorio di Bitonto, tra le colline che da secoli custodiscono uno dei patrimoni olivicoli più significativi della Puglia, si sta consumando un confronto che va oltre i confini comunali e che pone una domanda urgente per tutto il Mezzogiorno agricolo: come conciliare la necessità della transizione energetica con la tutela delle colture identitarie e delle eccellenze territoriali?

Cinquantamila ulivi potrebbero essere espiantati nei prossimi mesi per fare spazio a cinque impianti agrivoltaici e fotovoltaici attualmente in fase di valutazione autorizzativa. Un numero che CIA-Agricoltori Italiani Puglia ha quantificato esaminando le procedure in corso, e che ha spinto l’organizzazione a intraprendere una battaglia legale articolata su più fronti.

I progetti sotto la lente

Il progetto più impattante è quello proposto da PV Verde Srl: un impianto agrivoltaico da 86,79 MW che prevede l’espianto di 30.000 ulivi. Il procedimento è stato escluso dalla VIA (valutazione di impatto ambientale) con provvedimento della Città Metropolitana di Bari n. 2366/2025.

A questo si aggiungono altri quattro interventi: PV Blu SrL (agrivoltaico da 19,91 MW) e GDS Sole SrL (fotovoltaico da 9,31 MW) prevedono ciascuno 7.000 espianti; PV Sol SrL (agrivoltaico da 19,89 MW) prevede 4.000 espianti; un ulteriore progetto GDS Sole SrL (fotovoltaico da 4,83 MW) comporterebbe l’espianto di 1.700 ulivi. Tutti sono stati esclusi dalla procedura di VIA.

A questi si aggiunge un sesto progetto, già autorizzato e realizzato da GDR Solare, che ha previsto l’espianto di circa 2.100 alberi di ulivo, assentito con A.U. n. 146/2023.

Una questione di identità territoriale

“È a rischio la sopravvivenza di una coltura e di una cultura, quella olivicolo-olearia, che rappresenta l’identità, la storia, il presente e il futuro del territorio bitontino”, dichiara Gennaro Sicolo, vicepresidente nazionale e presidente regionale di CIA-Agricoltori Italiani Puglia.

La questione solleva interrogativi che riguardano l’intero modello di sviluppo agricolo meridionale. Bitonto è da sempre caratterizzata dai suoi ulivi e da un olio extravergine d’oliva che rappresenta un’eccellenza riconosciuta a livello nazionale. Per i giovani imprenditori che hanno scelto di investire nell’olivicoltura di qualità, puntando su certificazioni, tracciabilità e valorizzazione del legame col territorio, questa trasformazione rappresenta una sfida alla sostenibilità del loro modello d’impresa.

La battaglia legale e gli impatti cumulativi

CIA Puglia, assistita dagli avvocati Pasquale Procacci e Carmine Rucireta, ha presentato diversi ricorsi. Il primo per far valere il rispetto delle prescrizioni imposte in sede di autorizzazione unica, tra cui il censimento degli ulivi in buono stato e il loro spostamento in altra località. Con ulteriori tre ricorsi, l’organizzazione ha impugnato i progetti esclusi dalla VIA.

“Non è stato considerato che le dimensioni di ogni singolo impianto e la distanza ravvicinata tra gli stessi avrebbero dovuto certamente indurre le Amministrazioni competenti a sottoporre a valutazione di impatto ambientale i progetti, anche e soprattutto in ragione degli impatti cumulativi delle diverse iniziative”, sottolinea Sicolo.

È proprio il concetto di “impatto cumulativo” a rappresentare il nodo centrale: valutare ogni progetto singolarmente potrebbe non rendere evidente l’effetto complessivo di una trasformazione così profonda del territorio.

Una questione aperta per il futuro agricolo del Sud

Il caso di Bitonto pone una domanda che riguarda tutto il Mezzogiorno: come progettare la transizione energetica senza sacrificare le produzioni agricole di eccellenza che rappresentano il futuro possibile per i giovani imprenditori del Sud?

“Stiamo promuovendo una battaglia legale per la difesa del territorio e delle colture tradizionali che rischiano di essere sostituite con nuove piante, appositamente selezionate per la coltivazione ‘superintensiva’”, continua Sicolo. “Invitiamo le istituzioni comunali, regionali e Area Metropolitana a definire le aree per questi impianti, in modo da non sacrificare il patrimonio arborio, olivicolo e altre produzioni di pregio”.

La soluzione non può essere il rifiuto tout court della transizione energetica, ma richiede una pianificazione territoriale capace di individuare aree compatibili, preservando le zone a vocazione agricola di qualità. Per i giovani imprenditori che hanno scelto di investire nell’agricoltura meridionale puntando sulla sostenibilità ambientale e sulla valorizzazione delle eccellenze locali, questa vicenda rappresenta un test cruciale: la possibilità di costruire un modello di sviluppo che tenga insieme innovazione energetica e tutela dell’identità agricola dipenderà dalla capacità delle istituzioni di governare processi complessi, anziché subirli.

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Redazione
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