Erosione costiera. Cronaca di una morte annunciata

05 Febbraio 2026 •

redazione

di Giuseppe Mastronuzzi*

Se non fosse per il fatto che con il romanzo di Gabriel Garcia Márquez non c’è alcune nesso rispetto alla trama, ai luoghi e ai tempi, direi che il racconto di quanto accade alle coste italiane  in questo inizio dell’anno merita perfettamente il titolo di quel romanzo. Con una aggiunta che è una denuncia: spendiamo cifre esorbitanti per interventi lungo la fascia costiera realizzati in funzione delle emergenze – e degli interessi – puntuali, ma non usiamo l’enorme bagaglio di conoscenze di morfodinamica costiera, di ingegneria idraulica, di progettazione ambientale per imparare a gestire una parte del territorio estremamente dinamico come quello costiero. Esso è sede di strutture sempre più esposte alle dinamiche morfologiche, marine ed atmosferiche che hanno assunto livelli energetici e tempi di ritorno inattesi proprio a causa delle attività antropiche. Esponiamo al danno gli stessi nostri interessi senza riguardo per la fascia costiera e le sue dinamiche naturali; non ci rendiamo conto che li realizziamo proprio dove gli effetti del cambiamento climatico scarica la sua energia in termini di variazione del livello del mare sempre più veloce e impatto di mareggiate sempre più violente e con tempi di ritorno oramai assolutamente irregolari. Un atteggiamento decisamente autolesionistico; ancor più se pensiamo che ogni comune costiero vorrebbe aumentare la presenza di strutture turistiche lungo la fascia costiera ed aumentare la ricettività del territorio in nome di una nuova monocultutra produttiva che rischia di distruggere il motivo stesso della sua efficacia: la bellezza della fascia costiera.

Le cronache dei primi dell’anno parlavano di “costa devastata dal maltempo e di opere di protezione che non funzionano”. A distanza di un paio di settimane quei titoli descrivono benissimo quanto sta avvenendo lungo le coste del meridione d’Italia. E non sono esposte a perdita strutture “abusive”; lo sono quelle strategiche pubbliche pensate e costruite nel modo sbagliato nel posto sbagliato. Interi tratti di strade costiere e di linea ferroviaria sono stati devastate dalla forza delle mareggiate; lungomare di centri urbani sono stati demoliti dal moto ondoso. Decine di chilometri quadri di aree residenziali turistiche e residenziali, negozi, uffici e strade sono state inondate dall’acqua marina e decine di chilometri di sottoservizi (fogne, condotte idriche potabili, cavi elettrici e per le comunicazioni digitali) sono a mollo in una soluzione di acqua marina, sabbie e fango.

Il mondo scientifico denuncia con forza sin dalla fine del XX secolo lo stato di forte esposizione al rischio di demolizione delle coste rocciose, di erosione di dune e spiagge e di sommersione delle piane costiere a loro prospicienti.

Nel corso della storia umana degli ultimi circa settemila anni il livello del mare è salito demolendo, sommergendo, erodendo o costruendo la fascia costiera in funzione del carattere dei corpi rocciosi e dei bilanci energetici. In un mondo che cambia a causa delle variazioni climatiche globali in buona parte di natura antropica, essa oggi è esposta a pressioni di origine diretta e indiretta quali l’aumento di energia termica e di carico antropico. Ne derivano fenomeni di disequilibrio legati alle accelerate variazioni del livello del mare e dei suoi movimenti in eccesso rispetto al passato, come le mareggiate indotte dal ciclone Harry.

A scala planetaria, dalla rivoluzione industriale della seconda metà dell’XIX secolo sono aumentate drammaticamente le attività produttive, commerciali e, quindi, turistiche che comportano immissione di CO2 e di altri gas serra in atmosfera. Il suo veloce riscaldamento determina la fusione dei ghiacci continentali e l’innalzamento del livello del mare; oggi il Global Sea Level Budget Group lo stima in circa 3mm/anno per il periodo 1993–2018, in accelerazione. A scala locale, lungo il delta del Nilo, esso è di circa 10mm/anno

All’innalzamento del livello del mare segue la maggiore penetrazione del cuneo salino sotto la falda dolce costiera. Questa, attaccata da prelievi eccessivi, tende a salificarsi; ne deriva il processo di desertificazione. E se si innalza il livello del mare si sposta verso l’interno la zona su cui impattano le ondazioni sempre più intense: i fenomeni meteomarini come i “medicanes” (cicloni tropicali mediterranei) scaricano la loro energia in tempi brevi su tratti di costa in disequilibrio sempre più prossimi a strutture antropiche a quote maggiori rispetto a quelle attuali.

Siamo abituati a pensare che quanto di antropico insiste sulla fascia costiera sia vittima delle dinamiche costiere: quasi sempre è il contrario. Per la gestione del presente e del futuro dobbiamo pensare a modelli gestionali che siano traslati verso l’interno, lontani dalla linea di riva e dalla linea di costa. La “costa” di oggi non sarà quella di domani. Le strutture insediative e quelle strategiche che oggi insistono su di essa, domani (in parte già oggi e i fatti appena accaduti lo dimostrano) saranno sempre più attaccate e più in profondità dalle dinamiche meteomarine. La risalita del livello del mare e le mareggiate impattano su coste rocciose e spiagge difese da opere frangiflutti che riducono la resilienza dei sistemi costieri, dimostrandone l’inutilità e il loro costo economico e paesaggistico.

La “costa” è parte del demanio marittimo ed è un bene pubblico. Ci si lamenta del poco spazio utilizzabile per il turista. Si fanno dichiarazioni roboanti per costruire – sulla carta – una pianificazione che manca della conoscenza dei processi e dei luoghi. Quanto accaduto in questi giorni è evidenza di un uso della fascia costiera non più compatibile con le dinamiche che derivano dal cambiamento climatico. Lungo le coste italiane sono attivi da anni sommersione, inondazione ed erosione. Parlare di spiagge pugliesi, toscane individualmente non ha senso. Occorre ragionare su unità fisiografiche omogenee. Le spiagge ioniche di Basilicata e di Puglia hanno una dinamica unica che non si può affrontare secondo limiti amministrativi o interessi economici locali. Lo sanno bene i ricercatori che studiano i processi attivi fra Toscana, lazio e Campania o lungo la costa adriatica italiana In queste regioni sono stati realizzati interventi di grande importanza con ripascimenti, realizzazione di strutture di protezione etc… Solo in alcuni casi – quelli in cui l’intervento è stato costruito da tutte le amministrazioni interessate all’unità fisografica – si è raggiunto il successo pieno.

La “costa” è di tutti anche se dato in concessione. Il suo valore pubblico, economico, sociale ed ambientale deve prevalere senza escluderne la concessione. Occorre una progettazione di interventi inquadrati in una logica territoriale in cui l’interesse del singolo non abbia il sopravvento. Ogni tratto costiero ha caratteri a sé funzionali agli altri. Intervenire senza costruire modelli e fare simulazioni è preistorico. Occorre la conoscenza dei processi naturali attivi e di quelli possibili. Occorre una progettazione integrata ed interdisciplinare che consideri ogni elemento del paesaggio non solo la spiaggia in se’: la vegetazione, il moto ondoso, le correnti. Occorre una cabina di regia che sappia riprogettare l’uso della costa e rivederne i piani di sviluppo. Occorre essere consapevoli che il livello del mare fra 75 anni sarà più alto di 80 cm e tutto il sistema costiero deve essere capace di adattarsi ai nuovi scenari. Dobbiamo interrogarci su cosa è “costa” e definirla fisicamente e giuridicamente: essa non corrisponde ai primi 300 m dalla linea di riva della pur illuminata Legge Galasso. Dobbiamo riprogettare l’uso dell’intera fascia costiera in 4D (la 4a dimensione è il tempo!)  perché domani sarà completamente diversa da quella di oggi con dinamiche, superfici e spessori interessati diversi da quelli attuali. La scienza nelle sue tante sfaccettature ha profonde competenze scientifiche e tecniche; ricorrere alla scienza fa risparmiare tempo, soldi e vite umane. I danni del ciclone Harry sono valutati in circa un miliardo di euro solo in Sicilia. Il caso ha voluto che non ci siano state vittime; ma la vita umana è estremamente fragile di fronte a questi eventi

*Giuseppe Mastronuzzi è Direttore del Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, coordinatore del Centro di Ricerca Interdipartimentale di Dinamica Costiera dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, responsabile PRIN 2022 Research Project of National Interest GAIA “Geomorphological and hydrogeological vulnerability of Italian coastal areas in response to sea level rise and marine extreme events” MUR – Ministery of Research and University, responsabile INTERREG IPA MICA “Mitigation of Climate Change Impacts on Human Health and Improvement of Well-being through One Health Approach”, European Community

Fonte foto: Avvenire

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