FAO-OMM. La crisi climatica minaccia le produzioni arboree e gli allevamenti. Ecco l’ultimo rapporto

27 Aprile 2026

Un documento firmato dai due maggiori organismi internazionali mette in guardia: il calore eccessivo è il moltiplicatore di rischio più pericoloso per i sistemi agroalimentari. Il Mediterraneo è tra le zone più esposte. Ma la ricerca italiana è già all’avanguardia

Il 21 aprile 2026 la FAO e l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) hanno pubblicato congiuntamente Extreme Heat and Agriculture, un rapporto di 108 pagine che rappresenta la sintesi più aggiornata della letteratura scientifica sul tema del caldo estremo e delle sue conseguenze sull’agricoltura globale. Per chi lavora la terra nel Mezzogiorno, la lettura è insieme allarmante e — se letta con gli occhi giusti — uno stimolo potente a fare innovazione.

Il Mediterraneo, zona ad alto rischio

Il documento non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti per la nostra area geografica. Il bacino mediterraneo è esplicitamente citato tra le regioni che stanno già registrando un aumento delle siccità agricole ed ecologiche, insieme all’Europa centro-occidentale. Le proiezioni per il periodo 2081-2100 indicano un incremento del 200-300% degli eventi composti — cioè quelli in cui siccità e caldo estremo si verificano simultaneamente — rispetto al periodo di riferimento 1986-2005. Si tratta, scrivono gli autori, di uno scenario che interessa la maggior parte del territorio europeo, il Medio Oriente, l’Asia centrale e l’Africa meridionale. Nessun appello allarmistico: i dati sono quelli dell’IPCC e dei modelli climatici più recenti, e il rapporto li presenta con rigore scientifico.

La combinazione di ondate di calore e siccità è considerata particolarmente insidiosa perché gli impatti superano la somma dei due fenomeni presi singolarmente: i tempi di recupero si allungano fino al 114% in più rispetto alle siccità non associate a caldo estremo.

Le colture: il grano, il mais e le arboree del Sud

Per le colture erbacee, il rapporto quantifica perdite medie di resa del 7,5% per ogni grado di riscaldamento nel caso del frumento, e del 6% per il mais. Le proiezioni indicano perdite aggiuntive fino al 10% per ogni ulteriore grado nei prossimi decenni. Sono dati globali, ma colpiscono in modo particolare chi coltiva cereali nel Sud Italia in condizioni di asciutto.

Le colture arboree — la vera ossatura del paesaggio agricolo del Mezzogiorno — sono esposte a rischi specifici e ben documentati. Temperature superiori ai 35 °C causano danni certi e perdite di resa in un’ampia gamma di specie: mele, ciliegie, pesche, nocciole, noci. Il calore in fase riproduttiva riduce la fioritura, abbassa la percentuale di allegagione, produce frutta deformata, di dimensioni ridotte, con minor contenuto vitaminico e potenziale di conservazione ridotto. La soglia ottimale di produttività per fruttiferi e noci è compresa tra 30 e 32 °C: sopra i 35 °C, i danni sono sistematici.

Il caso degli ulivi e degli agrumi, cuore dell’agricoltura pugliese e meridionale, compare nel rapporto attraverso il caso studio del Marocco, geograficamente e climaticamente affine al nostro contesto: prolungate ondate di calore con temperature notturne elevate hanno causato cascola precoce dei frutti e riduzione del contenuto in olio nelle olive; la produzione di agrumi ha registrato un calo significativo. La convergenza con ciò che molti produttori meridionali stanno già osservando è evidente.

La zootecnia: la ricerca italiana citata nel rapporto FAO

Uno degli aspetti più significativi per Scirocco è che la ricerca italiana sulla zootecnia è direttamente citata in questo documento internazionale come fonte scientifica primaria. Lo studio di Vitali e colleghi (2015) — condotto su 46.000 vacche da latte in relazione a otto ondate di calore nell’arco di sei anni — ha documentato che le bovine da latte hanno una probabilità di morire durante un’ondata di calore superiore del 20% rispetto alla norma, con picchi del 30% nei periodi precoci dell’estate, prima dell’acclimatazione. Un secondo studio italiano, firmato da Bionda e colleghi (2024), ha ricostruito settant’anni di ondate di calore e cambiamenti climatici estivi con effetti sulle popolazioni di piccoli ruminanti italiani.

Non è retorica: il Meridione, con le sue razze ovine e caprine, i suoi allevamenti di bufale e i sistemi zootecnici tradizionali, è già oggi un laboratorio di adattamento al caldo estremo. Il rapporto FAO-OMM ricorda che le razze ad alta produttività — bovine da latte selezionate per rese elevate — sono le più vulnerabili al caldo, mentre le razze locali mostrano spesso maggiore resilienza termofisiologica. Una buona notizia per chi ha scelto di valorizzare le razze autoctone meridionali.

Incendi e foreste: l’Europa tra le aree più a rischio

Tra i fenomeni correlati al caldo estremo, il rapporto dedica ampio spazio agli incendi boschivi. L’Europa è tra le regioni proiettate a subire i maggiori aumenti nel numero di giorni di pericolo incendio e nella lunghezza della stagione degli incendi. Il numero di giorni di condizioni meteo estreme per gli incendi è già aumentato del 192%, e la stagione degli incendi si è allungata del 177%. Per il Mezzogiorno, con i suoi boschi di latifoglie e macchia mediterranea, questo dato si traduce in una minaccia concreta per l’agroforestry e i sistemi agrosilvopastorali.

L’adattamento, non più un’opzione

Il pericolo del caldo estremo non dipende solo dai suoi impatti diretti, ma anche dal suo ruolo di moltiplicatore di rischio: amplifica lo stress idrico, può innescare siccità improvvise e aumentare la probabilità di incendi boschivi, oltre a favorire la diffusione di parassiti e malattie. Il rapporto fornisce un’analisi approfondita di questi effetti combinati.

Le siccità improvvise sono spesso innescate da eventi di caldo estremo che esauriscono l’umidità nello strato superficiale del suolo e nella zona delle radici. Casi significativi si sono verificati negli Stati Uniti nel 2012 e nel 2017, nella Federazione Russa nel 2010, in Australia nel 2018 e 2019, in Cina nel 2022 e in Brasile tra la fine del 2023 e il 2024, dove le rese di soia sono diminuite fino al 20% a causa di temperature mediamente fino a 7 gradi superiori alla norma per periodi prolungati. I dati mostrano che questi fenomeni iniziano sempre più precocemente, durano più a lungo ed espongono una quota crescente di terreni agricoli, aree forestali e popolazioni ai loro effetti. Possono inoltre lasciare conseguenze durature, come suoli induriti con minore capacità di assorbire acqua e maggiore vulnerabilità all’erosione.

Il rapporto presenta numerosi casi di studio, tra cui quello di una monumentale ondata di calore che nel 2021 ha interessato 3 milioni di chilometri quadrati in Nord America, quando le temperature di picco hanno superato di quattro deviazioni standard la media, causando forti cali di produzione nei frutteti e nelle piantagioni di alberi di Natale e un drammatico aumento degli incendi boschivi. Analisi di telerilevamento e indagini sul campo hanno rivelato l’attivazione di molteplici circuiti di feedback, come le condizioni di suolo secco che hanno intensificato l’effetto di riscaldamento della radiazione solare.

Il rapporto sottolinea la necessità di innovazione e di misure di adattamento efficaci, tra cui la selezione genetica mirata e l’adozione di colture più adatte alla nuova realtà climatica, la ridefinizione delle finestre di semina e l’adeguamento delle pratiche di gestione agricola per proteggere colture e attività produttive dagli impatti del caldo estremo. I sistemi di allerta precoce sono uno strumento particolarmente importante per aiutare gli agricoltori a rispondere agli eventi di caldo estremo.

L’accesso ai servizi finanziari — come trasferimenti di denaro, assicurazioni, sistemi di pagamento, meccanismi di protezione sociale reattivi agli shock e altre forme di sostegno — rappresenta la base comune di tutte le opzioni di adattamento.

Le soluzioni tecniche sono necessarie, ma da sole non bastano se non si affrontano le diffuse barriere socioeconomiche nei paesi a basso e medio reddito, come il limitato accesso all’informazione, all’istruzione, alla consapevolezza e alla formazione.

“Proteggere il futuro dell’agricoltura e garantire la sicurezza alimentare globale richiederà non solo il rafforzamento della resilienza delle aziende agricole, ma anche solidarietà internazionale e una volontà politica condivisa per la gestione e la condivisione del rischio, oltre a una transizione decisa verso un futuro a basse emissioni”, afferma il rapporto.

FAO e WMO. 2026. Extreme heat and agriculture – FAO–WMO joint report. Roma e Ginevra. https://doi.org/10.4060/cd9394en

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