Agricoltori europei in piazza contro l’accordo Mercosur: il paradosso dei pesticidi che minaccia la qualità del Sud
23 Gennaio 2026 •
massimilianomartucci

Mercoledì scorso i trattori sono tornati a presidiare la sede del Parlamento europeo a Bruxelles. Stavolta la protesta degli agricoltori puntava dritto all’approvazione dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, il blocco sudamericano che comprende Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Bolivia. Al centro delle preoccupazioni, la tenuta delle filiere agroalimentari europee di fronte a produzioni che seguono standard ambientali e sociali molto diversi dai nostri.
La richiesta degli agricoltori è chiara: applicare il principio di reciprocità. Se l’Europa impone regole stringenti su pesticidi, benessere animale e diritti dei lavoratori, gli stessi criteri dovrebbero valere per i prodotti che arrivano dall’altra parte dell’Atlantico. Una posizione legittima, soprattutto considerando che nei Paesi del Mercosur è ancora autorizzato l’uso di molti principi attivi vietati nei 27 Stati membri dell’UE, sostanze che potrebbero finire sulle nostre tavole attraverso le importazioni.
Ma c’è un paradosso che complica la questione, e che dodici associazioni italiane (ACU – Associazione Consumatori e Utenti; AIAB – Associazione Italiana Agricoltura Biologica; AIDA – Associazione Italiana di Agroecologia; Associazione Italiana Agricoltura Biodinamica; Federazione Nazionale Pro Natura; Greenpeace Italia; Lipu; Osservatorio Fairwatch; UPBIO – Unione Produttori Biologici; Rete Semi Rurali ETS; Terra!; WWF Italia) hanno deciso di portare alla luce con un documento congiunto. Tra i prodotti che l’Unione europea potrà commercializzare con maggiori agevolazioni verso il Mercosur ci sono proprio i pesticidi con principi attivi vietati per le aziende agricole comunitarie. In pratica, quello che non possiamo più usare nei nostri campi continua a essere prodotto e venduto altrove, con il rischio concreto che torni indietro incorporato negli alimenti importati. Un cortocircuito normativo che favorisce esclusivamente l’industria agrochimica, mentre gli agricoltori europei devono sostenere i costi di una transizione verso pratiche più sostenibili.
Le associazioni firmatarie del documento evidenziano come questa contraddizione metta a rischio le garanzie di tutela della salute e dell’ambiente. E aggiungono una richiesta ancora più radicale: estendere il divieto di utilizzo dei pesticidi pericolosi anche alla loro produzione e commercializzazione, applicando fino in fondo il principio di prevenzione del rischio.
Il timore è che le istituzioni europee, pressate dalle proteste e dalla necessità di dare risposte immediate al mondo agricolo, finiscano per sacrificare le normative più avanzate sull’altare della competitività economica. Un rischio già materializzato con la proposta di provvedimento Omnibus per l’agricoltura, che prevede autorizzazioni a tempo indeterminato per l’uso di pesticidi, bypassando le evidenze scientifiche sulla loro pericolosità. Una deregolamentazione che va nella direzione opposta al Regolamento SUR sulla riduzione dell’uso dei pesticidi, ritirato dalla Commissione UE nel 2024 proprio in seguito alle manifestazioni dei trattori.
Per le imprese agricole del Sud che hanno scelto di investire su qualità, sostenibilità e distintività territoriale, questo scenario rappresenta una minaccia concreta. Competere con produzioni che non rispettano gli stessi standard ambientali e sociali significa vedere svalutato il proprio impegno verso pratiche agricole responsabili. Ma può anche trasformarsi in un’opportunità per rafforzare la propria identità di mercato.
Le aziende meridionali che puntano sul biologico, il biodinamico e l’agricoltura integrata possono fare della trasparenza e della tracciabilità un elemento distintivo. Raccontare ai consumatori cosa significa davvero coltivare senza usare i principi attivi più controversi, valorizzare le certificazioni di qualità, costruire filiere corte che garantiscono provenienza e metodi di produzione: sono tutti strumenti per differenziarsi in un mercato che rischia di appiattirsi verso il basso.
La sfida è culturale prima che commerciale. Si tratta di far capire che la reciprocità nelle regole non è protezionismo, ma equità. E che tutelare la salute dei consumatori e l’ambiente non è un lusso accessorio, ma il presupposto per un’agricoltura che guarda al futuro. Per i giovani imprenditori del Sud che hanno scelto di restare e investire nella propria terra, questa consapevolezza può diventare il vero vantaggio competitivo.
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