Il Sud alla guida della transizione: dagli allevamenti intensivi all’agroecologia mediterranea
26 Gennaio 2026 •
redazione

Quando il WWF lancia la Meat Free Week dal 26 al 30 gennaio e ricorda che il 60% della biomassa dei mammiferi terrestri è costituito da animali allevati, mentre solo il 4% da specie selvatiche, non sta solo denunciando un problema globale. Sta anche indicando un’opportunità che riguarda da vicino il Mezzogiorno d’Italia.
Gli allevamenti intensivi, da cui proviene fino all’80% della carne consumata in Italia, si concentrano principalmente nelle regioni settentrionali. Qui, come spiega il WWF, negli ultimi decenni il numero degli allevamenti è diminuito drasticamente, ma quelli rimasti sono diventati sempre più grandi e impattanti. Il risultato: migliaia di animali concentrati in pochi impianti, con effetti negativi su aria, acqua, suolo e benessere animale.
Una filiera che nasconde le origini
I dati raccontano una storia complessa. Il 60% della carne bovina consumata in Italia arriva da Francia, Polonia, Olanda, Spagna e Germania. Per la carne suina, le importazioni coprono il 40% del fabbisogno. Ma anche le produzioni europee dipendono da mangimi importati, soprattutto soia e mais dal Sud America, collegando indirettamente il mercato italiano alla deforestazione.
Il 90% dei prodotti animali nella grande distribuzione non riporta informazioni chiare sulle condizioni di allevamento. In etichetta compare spesso “origine extra UE”, ma senza obbligo di indicare se provengano da aree deforestate. Un sistema opaco che rende difficile per i consumatori compiere scelte consapevoli.
La proposta di legge e il futuro della zootecnia
Il WWF Italia, insieme a Terra!, Greenpeace, Lipu e ISDE – Medici per l’ambiente, ha lanciato la proposta di legge “Oltre gli allevamenti intensivi – Per una transizione agroecologica della zootecnia”, presentata a Montecitorio nel marzo 2024 e ora in attesa di calendarizzazione in Commissione Agricoltura.
La proposta punta a riequilibrare un sistema fragile e vulnerabile, costruito sulla concentrazione di animali, forte dipendenza da input esterni, uso intensivo di farmaci e il conseguente rischio di antibiotico-resistenza, che l’OMS considera una delle principali minacce alla salute globale.
Il Sud come laboratorio della transizione
Ed è qui che si apre uno scenario interessante per il Mezzogiorno. Come spiega Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità del WWF Italia, “la scomparsa di aziende zootecniche di piccola e media dimensione, spesso biologiche, estensive o rigenerative, indebolisce i territori rurali e riduce la diversità degli agroecosistemi”.
Queste realtà, già scomparse o in forte riduzione al Nord, resistono ancora nelle regioni meridionali. Piccole aziende che praticano allevamento estensivo, pascoli naturali, razze autoctone, produzioni biologiche: un patrimonio che il Sud può valorizzare come alternativa sostenibile al modello intensivo.
La tradizione mediterranea dell’allevamento brado e semi-brado, integrato con le colture agricole e il territorio, rappresenta esattamente il modello agroecologico verso cui la proposta di legge vorrebbe orientare l’intero sistema nazionale. Il Mezzogiorno non deve inseguire il modello intensivo settentrionale ormai in crisi, ma può proporsi come riferimento per la transizione.
Le nuove generazioni aprono nuovi mercati
I numeri del 2024 raccontano un cambiamento significativo: oltre 15 milioni di famiglie italiane hanno acquistato prodotti plant-based, con un mercato che ha superato i 639 milioni di euro. Tra i giovani tra 17 e 35 anni, l’82% ha adottato o intende adottare una dieta prevalentemente vegetale, soprattutto per ridurre l’impatto ambientale.
Per i giovani imprenditori agricoli del Sud, questi dati aprono prospettive concrete. La domanda crescente di proteine vegetali, legumi mediterranei, cereali antichi, produzioni biologiche e a km zero si sposa perfettamente con le vocazioni territoriali meridionali. Ceci, lenticchie, fave, piselli, lupini: colture tradizionali che oggi tornano protagoniste di un mercato in espansione.
Allevamento di qualità e produzioni vegetali: la strada della diversificazione
La transizione non significa necessariamente eliminare l’allevamento, ma trasformarlo. Le produzioni zootecniche di qualità, biologiche, estensive, legate al territorio, con razze autoctone e sistemi di pascolo naturale, rappresentano un’eccellenza da preservare e valorizzare. Soprattutto se integrate in sistemi agricoli diversificati, dove allevamento e colture vegetali si completano in un equilibrio agroecologico.
Il Sud può diventare protagonista di questa transizione, mettendo a frutto la propria tradizione di policoltura e il legame profondo tra agricoltura, territorio e comunità. Mentre i grandi impianti intensivi del Nord mostrano tutte le loro fragilità, le piccole e medie aziende meridionali possono rappresentare il futuro della zootecnia italiana: sostenibile, resiliente, radicata nei territori.
Una questione di scelte quotidiane, come ricorda il WWF: “ogni singolo pasto conta”. Ma anche una questione di visione imprenditoriale per chi, al Sud, sceglie di investire in un’agricoltura diversa. Non più intensiva ma estensiva, non più dipendente ma autonoma, non più standardizzata ma territoriale. Un’opportunità di restanza consapevole, dove innovazione significa anche saper guardare alla propria tradizione con occhi nuovi.
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